martedì, giugno 17, 2008
Web Mobile: uno sguardo su di un fenomeno che in Italia deve ancora decollare (e lo farà).
L'Italia, come ben sappiamo, è uno dei paesi europei con il più alto possesso ed utilizzo di telefoni cellulari e dispone di una quota molto alta di apparecchi di nuova generazione già dotati di connessione UMTS, 3G e 3,5G.
Nonostante questo nel nostro paese è ancora poco diffuso l’utilizzo del cellulare come strumento per navigare su internet, sebbene la tecnologia adatta allo scopo sia diffusa su tutti i dispositivi di fascia media.
Negli Stati Uniti, secondo Nielsen (fonte IAB Blog), sono 87 milioni di utenti di telefonia mobile che sono abbonati a servizi internet mobile, e più di uno su dieci sono abbonati ai servizi mobile (il 13,7%) e lo utilizza attivamente ogni mese.
Ancora, secondo una previsione di Forrester Research, il 38% degli utenti di telefoni cellulari in Europa Occidentale utilizzerà servizi di mobile Internet entro il 2013.
Come mai dunque in Italia tale settore non sembra essere così significativo, a fronte di una buona crescita delle connessioni internet domestiche e della già citata alta penetrazione dei telefoni di nuova generazione?
Un primo tema sono sicuramente i costi. Oggi diverse compagnie telefoniche propongono, senza spingere molto sulla pubblicità, servizi di accesso flat ma i costi di navigazione a consumo sono ancora poco chiari e molto alti.
Risultato: un incauto navigatore che abbia lasciato sul campo diversi euro per pochi minuti senza capire nemmeno il perché si guarderà attentamente dall’accedere al web da mobile.
Secondo punto, molte persone non sanno che si possa navigare da cellulare (in quanto le compagnie non spingono su questo tema) e che esistono dei siti ottimizzati per i telefonini che permettono una navigazione agevole anche senza un terminale di ultimissima generazione.
Aldilà di tali problemi presenti ritengo comunque che nel medio periodo la navigazione su dispositivo mobile è destinata sicuramente a crescere grazie al mix vincente dato dall’amore italico per il cellulare, dalla connessione 3G di buona qualità su gran parte del territorio e dall’utilizzo sempre più sociale di internet.
Che cosa trova oggi il navigatore italiano sul suo cellulare nel momento in cui si connette?
Lo scenario in realtà non è assolutamente scarno: si va dalle testate come Repubblica (http://mobile.repubblica.it), il Sole 24 ore (http://www.mobile.ilsole24ore.com/) e Il Corriere della Sera (http://www.corriere.it/mobile/) ai portali generalisti come Virgilio (http://virgilio.mobi) e MSN (www.corriere.it/mobile/) per arrivare a servizi di varia utilità come il meteo (http://mobile.ilmeteo.it/) e le informazioni sul traffico (http://mobile.quattroruote.it).
Non mancano poi i big della rete come Linkedin (http://m.linkedin.com), Facebook (http://m.facebook.com), Myspace (http://mobile.myspace.com), Monster (http://m.monster.it/), YouTube (http://m.IT.youtube.com), Wikipedia (http://wapedia.mobi/it) ed altri ancora, quasi tutti con una versione italiana disponibile.
I motori di ricerca infine hanno ormai una versione dedicata al solo web mobile, come ad esempio avviene per come Google e Yahoo.
E le aziende? Nei vari settori merceologici, ovviamente aldilà gli operatori telefonici, ci sono già alcuni pionieri che rendono disponibili delle versioni mobili dei loro siti.
Fra i possibili esempi che si possono citare troviamo Bmw (http://bmw.mobi), Coin (http://coin.mobi), Nokia (http://nokia.mobi/), Sky (http://wap.skytv.it), Unicredit (http://mobile.unicreditbanca.it/), TNT (http://www.kiosk.tnt.com/pda/PDA-Home.asp), Ferrari (http://ferrari.mobi) ed altri ancora.
Dunque il settore si sta muovendo e la crescente domanda presto porterà la competizione fra i fornitori di connessioni e telefonia anche sul terreno del mobile abbassando le tariffe ed aprendo a tutti l’utilizzo dei cellulari per navigare.
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# postato da G.Zarantonello : martedì, giugno 17, 2008
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sabato, novembre 03, 2007
I prosumer, quando è il consumatore che crea il prodotto
Second Life nell’ultimo anno e mezzo ha suscitato commenti di tutti tipi, nel bene e nel male, ma forse pochi hanno visto in questo ambiente virtuale un’espressione di quella che sarà sempre più una realtà centrale nel marketing e nell’ideazione del prodotto: i prosumer.
Citato per la prima volta da Alvin Toffler nel suo libro The Third Wave nel 1980, il termine prosumer indica la natura ibrida di queste figure, a metà fra il consumatore di un prodotto ed il creatore dello stesso, con un confine sempre più labile fra i due mondi.
Anche se Second Life non è un prodotto tangibile non si può fare a meno di osservare che il suo sviluppo è diverso da quello dei tradizionali giochi multiplayer online: qui infatti non c’è uno storyboard creato da pochi cui gli altri si devono adattare ma tutto nasce dal lavoro creativo dei suoi ‘abitanti’.
Certo si tratta di un esempio particolare ma, come viene ben illustrato nel libro Wikinomics di Tapscott e Williams, non è una situazione isolata né si può ricondurre alla semplice personalizzazione del prodotto che sta alla base dei vecchi approcci customer centric del marketing.
I prosumer infatti contribuiscono alla creazione del prodotto in maniera radicale, scoprendone nuovi usi e modificandolo anche profondamente, con o senza il consenso di chi lo produce.
Oggi questi fenomeni, noti già da tempo, assumono però una forza molto più dirompente grazie al web collaborativo che permette a grandi community di appassionati di scambiarsi esperienze e idee accelerando lo sviluppo delle varianti e delle novità.
C’è chi ha imparato presto a creare valore da questo fenomeno. La Lego ad esempio, dopo i primi tempi in cui diffidava le community dal continuare nella modifica del suo software della serie Mindstorm, ha capito quale poteva essere il valore di questo contributo ideativo (che per altro non accennava a fermarsi).
Oggi dunque gli utenti possono scaricare gratuitamente un kit di sviluppo software dal sito mindstorms.lego.com e poi possono ripubblicare le proprie creazioni con le relative specifiche, dando alla Lego suggerimenti e idee cui il suo team di R&S non avrebbe probabilmente mai pensato.
Va detto anche che il ‘prosumo’ non è privo di difficoltà per le aziende: c’è chi ad esempio ha costruito volutamente un sistema chiuso (Ad es. apple con l’Ipod) in cui il business si fonda anche sull’obbligo di usare le piattaforme proprietarie (ad es. Itunes) per usare il prodotto.
In questo tipo di architettura non è facile pensare di dare dei kit aperti agli utenti per favorire le modifiche del prodotto, d’altra parte i più esperti riescono comunque a fare delle modifiche e l’azienda di Steve Jobs fatica a scoraggiare apertamente gli utenti più appassionati dell’Ipod da questo utilizzo.
Dunque Apple per ora tace e studia il comportamento degli utenti per capire cosa fare in futuro.
Qui in effetti si colloca il ‘dilemma del prosumo’: aprirsi e rischiare di cannibalizzare il proprio business o chiudersi rovinando la propria reputazione e rallentando lo sviluppo dei propri prodotti?
E per quanto si potrà rimanere arroccati su posizioni difensive man mano che le nuove generazioni diventano sempre più esperte di tecnologia e hanno un ecosistema online sempre più grande dove parlarsi e confrontarsi?
Probabilmente dunque le aziende in un prossimo futuro dovranno confrontarsi sempre più spesso con questa situazione e per farlo in modo produttivo dovranno evolvere la propria cultura, accettando di perdere una parte del controllo sui propri prodotti piuttosto che far andare via i clienti, che invece dovranno poter accedere a kit di sviluppo per agire sui beni, volutamente modulari, in ambienti di lavoro e di collaborazione.
In questa ottica il cliente andrà trattato sempre più da pari in quanto una parte del valore sarà creato da lui e, anche se il vantaggio maggiore sarà per l’impresa che orchestra queste comunità, dovrà essere retribuito al di là della migliore esperienza di prodotto che sperimenterà (la Lego ha assunto per 11 mesi i migliori sviluppatori per contribuire alla creazione di alcune novità).
Non sono scelte facili ma i vantaggi che un approccio aperto possono portare allo sviluppo di un prodotto dovranno, prima o dopo, far riflettere tutti sull’opportunità di adottarle, prima che sia tardi.
Gianluigi Zarantonello
Etichette: internet, prosumer, webmarketing
# postato da G.Zarantonello : sabato, novembre 03, 2007
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venerdì, ottobre 12, 2007
Il web 2.0 e i professionisti dell comunicazione
Ormai si parla con insistenza del Web 2.0, nel quale la partecipazione degli utenti ha reso difficile distinguere fra chi è produttore di contenuto e chi spettatore, tanto che il Time ha dedicato ai blogger e a tutti coloro che scrivono e vivono in rete la sua copertina con il titolo di uomo dell’anno.
Per chi come me ha iniziato a lavorare fin dal 2002 su community e siti dove erano gli utenti a produrre gran parte del contenuto tutto ciò è fonte di una certa soddisfazione, a dispetto di chi allora non credeva in queste cose. Proprio però perché frequento da tempo questi ambiti non posso fare ameno di notare come tutto questo sia una grande fonte di complessità e ponga notevoli problemi agli operatori della rete e della comunicazione in genere.
Come si può infatti porre dei confini a questo mondo frenetico e magmatico? Chi a questo punto ha il dovere e l’onere del controllo? Dove finisce il professionista ed inizia il semplice appassionato?
E ancora, non dimentichiamoci che esiste un motivo per cui i motori di ricerca sono da sempre la seconda applicazione in rete dopo la posta elettronica: l’overload di informazioni.
Per questo il fatto che tutti si possano scambiare a grande velocità informazioni attraverso sistemi veloci e quasi automatici, come ad esempio i feed rss, e che i video dei telegiornali a volte siano anticipati e propagati da You Tube crea nuove sfide, moltiplicando e riflettendo all’infinito l’informazione, intesa in senso ampio.
Nello specifico questa velocità richiede nuovi professionisti che conoscano questi meccanismi e sappiano selezionare in questo mare in tempesta l’informazione, il dato, la notizia che serve di volta in volta a quella esigenza cui sono chiamati a rispondere.
Ad una velocità superiore ai concorrenti.
Un po’ giornalisti e un po’ informatici con un pizzico di spirito manageriale i nuovi protagonisti della rete, del futuro web 3.0 o come altro si chiamerà, saranno coloro che riusciranno a governare e guidare le migliaia di fonti senza però reprimere la forza creativa di chi le produce.
In parte ciò è una rivincita dell’uomo e del suo discernimento, non c’è infatti motore di ricerca semantico che possieda la ricchezza del pensiero umano.
Per questo il nuovo professionista del web dovrà conoscere al meglio gli strumenti della ricerca, indispensabili per fare fronte alle quantità, ma poi dovrà sapere distinguere con la propria testa e capire cosa ha davanti.
Non è una sfida semplice ma proprio per questo è quanto mai accattivante...
Gianluigi Zarantonello
Etichette: 2.0, internet, webmarketing
# postato da G.Zarantonello : venerdì, ottobre 12, 2007
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venerdì, agosto 03, 2007
Primo su Google? Fai che il TrustRank sia con te
Analisi e riflessioni personali sul comportamento di indicizzazione dei siti internet ed il loro posizionamento fra le pagine dei risultati del più importante e famoso motore di ricerca del mondo.
Nel precedente articolo, abbiamo esaminato il filo logico sul quale si basa la tecnologia di Google per la catalogazione e l’ordinamento dei propri indici.
Ma questa logica, com’è stata attuata?
Mediante l’introduzione del TrustRank, un nuovo algoritmo in grado per l’appunto, di valutare la qualità di ogni singolo sito, in funzione di caratteristiche ed attributi che vedremo fra poco.
Prima di iniziare, vorrei sottolineare il fatto che del Trustrank si conosce molto poco e che ogni spunto presente in questo articolo è puramente personale, derivante da esperienze e discussioni fatte sul campo con esperti nel settore SEO e Web Marketing.
Vediamo le motivazioni che hanno spinto il “motorone” californiano ad utilizzare/affiancare questo algoritmo a quelli già esistenti:
eliminazione/riduzione dello SPAM dalle SERP (risultati delle ricerche) premiazione dei siti con contenuti ottimi miglioramento qualitativo delle SERP incremento della soddisfazione dell’utente finale fidelizzazione degli utenti e quindi dei clienti Adwords In questi termini, passiamo ora a vedre la logica sul quale si fonda l’algortimo:
i siti di elevata qualità non linkeranno mai spontaneamente un sito SPAM da qui il passaggio di fiducia dal sito linkante a quello linkato il valore del trustrank passato da un sito all’altro è inversamente proporzionale alla distanza fra i due siti. Pià i siti si allontanano meno trust viene passato il punto di partenza sono alcuni siti considerati importanti oppure SPAM da Google: i siti con elevato trust vengono chiamati HUBS oppure SEEDS Non ci soffermiamo su come Google abbia determinato i siti Hubs (buoni) da quelli cattivi in quanto non si conosce di preciso ne le liste ne il procedimento attuanto (probabilmente fatto in parte algortmica ed in parte umana).
Tralasceremo anche il discorso dell’ottimizzazione algoritmica che i tecnici di Mountain View hanno apportato nel tempo al calcolo del trustrank introducendo parametri di tematicità (topic) delle matrici di link e del distrust che praticamente si oppone al trustrank in funzione dei link SPAM.
A mio avviso, invece, potremmo soffermare la nostra attenzione sull’aspetto e le possibilità di trasmissione del Trustrank da un sito ad un altro.
A tal proposito, vorrei sottolineare il fatto che, al contrario del Pagerank, il Trustrank non è un valore attribuito in funzione di una precisa funzione matematica ad una singola pagina, ma all’intero sito.
Da questa affermazione quindi possiamo dedurre che il Trustrank è un valore qualitativo (non definito) che Google attribuisce ad un dominio.
Come viene trasferito il Trustrank?
Come già abbiamo anticipato, questa valutazione viene trasmessa principalmente tramite i link da un sito trust ad uno senza trust.
Quindi bastano solamenti i link per avere un forte Trustrank?
A mio avviso no, e vi riporto un esempio che per deduzione mi ha portato a crederlo.
Fino a 7 mesi un mio sito personale risultava essere molto ben posizionato (in prima pagina) in una serp estremamente competitiva “Web Marketing”. Questo sito, infatti, gode attualmente ancora di un elevato trustrank (dedotto dal fatto che per essere in prima pagina con quella keypharse non può esimersi dall’averne).
Purtroppo, questo sito ha un nome di dominio poco studiato a livello di marketing e non adatto per una società, ho deciso di comprare un nuovo dominio accattivante ed effettuare un redirect 301 da quello vecchio a quello nuovo. Difatti, questa tipologia di redirect garantisce un trasferimento di tutti i backlink acquisiti nel tempo dal vecchio al nuovo sito (compreso il passaggio di PageRank).
Dopo alcuni giorni, infatti le pagine del nuovo sito hanno sostituito quelle vecchie acquisendo, all’aggiornamento successivo, anche il pagerank. A questo punto, se il trustrank dipendesse solamente dai link che un sito riceve, il nuovo sito doveva sostituire (grosso modo) le posizioni in serp di quello vecchio.
Niente affatto! Il sito è tuttora invisibile per quella keyphase… perchè? A mio avviso, la spiegazione viene dal calcolo non puramente matematico nel conteggio dei link del trustrank, che si basa anche sull’anzianità del dominio e dal suo comportamento nel tempo (BigTable).
Seguendo questa teoria, ho eseguito alcuni test su altri miei siti e dai quali ho dedotto, in sintesi, che il trustrank:
1) Riguarda il dominio e non le pagine del sito
2) Si acquisisce in due modi:
- tramite i link (tipo pagerank)
- dal sito madre ai domini di terzo livello, difatti i siti residenti su sottodomini di siti che offrono per esempio spazio web gratuito, non subiscono alcun effetto SandBox (anche se questa in realtà non esiste, gli effetti del trustrank sugl’indici produce effetti simili). Questo perchè appunto i domini di terzo livello ereditano tutto o in parte (difficile a dirsi) il trustrank del sito madre
3) Nella sua formula, molto probabilmente considera:
- età del dominio (trust direttamente proporzionale all’età del sito)
- tematicità del dominio nel tempo (più il sito ha trattato quegli argomenti nel tempo, più il sito avrà trust)
- tematicità e trust dei backlink
- durata e crescita dei backlink nel tempo
- SPAM e distrust dei backlink (trust inversamente proporzionale alla quantità e “spudoratezza” di siti spam che cedono il link)
Detto ciò, possiamo affermare che, paradossalmente una pagina potrebbe avere un trustrank elevato (perchè derivante dal dominio in cui risiede) senza ricevere alcun link e quindi: pagerank nullo ed elevato trustrank.
Questo, non sarebbe possibile se il trustrank si trasferisse solamente con in backlink e fosse un termine di valutazione per singole pagine.
Concludendo, attualmente circa l’80% del posizionamento su Google è determinato da questo algoritmo pertanto ogni singola informazione, deduzione ed intuizione di questo può rivelarsi vincente in una strategia di promozione organica. I consigli sono sempre gli stessi: buoni contenuti, una “sana” promozione on-line e di linkbuiling, ma soprattuto un augurio che ricorda tanto gli anni 80: che il Trustrank sia con te e con il tuo sito!
A cura di Michele De Capitani
Prima Posizione Srl - Promozione web
Etichette: google trustrank, webmarketing
# postato da Michele De Capitani : venerdì, agosto 03, 2007
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lunedì, maggio 28, 2007
Sulla scia del precedente articolo, riguardante i fattori che determinano il posizionamento su google, ho pensato di stendere una piccola lista dei componenti on-page e off-page che caratterizzano il ranking sul motore di casa microsoft. 
A mio avviso, con la diffusione capillare del nuovo sistema operativo Windows Vista, MSN (ora Live) sarà il secondo motore a livello mondiale (infatti, in alcuni particolari settori, MSN presenta i primi segnali di ripresa in termini sia di traffico generato sia di advertising).
Per tanto, attualmente, considero MSN Live un settore di nicchia, principalmente per utenti giovani e giovanissimi (grazie alla divulgazione di servizi prettamente utilizzati dai giovani come: Messanger, Hotmail, etc.). Ad ogni modo, consiglio di tener sotto controllo anche Live, perchè potrebbe riservarci sorprese davvero interessanti, visti gli enormi budget a sua disposizione.
Ma torniamo all’argomento principale di questo post: l’elenco dei fattori più importanti per il posizionamento su MSN - Live.
Permetto che si tratta di valutazioni soggettive, scaturite dall’esperienze acquisite con siti miei e dei miei clienti; elencate rigorosamente in ordine decrescente d’importanza.
Fattori on-page
1. Keyword nel tag Title: inserire la parola chiave nel titolo della pagina porta sempre benefici (anche per MSN
)
2. Utilizzo della keyword nel corpo della pagina: 3-4 ripetizioni per pagina sono ben tollerate e premiate, ma senza esagerare
3. Parola chiave nel tag H1: una buona struttura della pagina è ben vista da Live. Pertanto una gerarchia di contenuti composta da H1 (tag di intestazione) contenente le parole chiave, aiuta la spinta della pagina
4. Keyword nel tag H2,H3,Hx: come detto nel punto precedente una buona struttura di intestazioni HTML (tag H2, H3, H4, H5, H6) aiuta la pagina a posizionarsi fra le prime posizioni
5. Parola chiave nei link della pagina: inserire le parole chiave nei link interni alla pagina migliora il ranking
6. Struttura gerarchica dei contenuti: una buona struttura gerarchica dei contenuti, tramite un’organizzazione della piattaforma di link è basilare per ottenere buone posizioni su MSN - Live, anche perchè possiede uno spider molto veloce che divora link ben scritti
7. Keyword nel nome di dominio: anche se meno importante di qualche mese fà.
8. Parola chiave nel nome pagina/directory: come per Google, sta sempre perdendo importanza ma comunque ha ancora una sua forza, soprattutto se accorpata con i punti precedenti.
9. Keyword nel tag Bold: “strong” e “b”
10. Parola chiave nel meta description: in questo momento viene quasi totalmente ignorata, ma è molto importante per racimolare click sui propri link, infatti, proprio come Google, anche MSN - Live utilizza questo tag mostrandolo nei risultati delle ricerche (naturalmente se la parola chiave è presente nella descrizione)
11. Chiave nel metatag “keyword”: proprio come per tutti gli altri motori di ricerca, questo tag ormai è completamente ignorato
Fattori off-page
1. Popolarità globale del sito: è il fattore, esterno alla pagina, più importante per il ranking in MSN (che mira soprattutto alla quantità dei backlink senza curarsi troppo della loro qualità)
2. Keyword nell’anchor text dei backlink: fino a qualche mese fa, questo fattore non era molto considerato da MSN - Live, mentre oggi è fra quelli più importanti, ed ha superato anche fattori on-page quali l’inserimento della keyword nei tag H2,H3,Hx.
3. Età del documento: l’ho messo fra i parametri off-page perchè MSN si comporta molto stranamente con i nuovi domini, che per circa 2 mesi vengono ignorati e quindi non indicizzati (sembrerebbe una sorta di sand box fissata ad un asse temporale ben definito), mentre per documenti nuovi su domini già presenti nel suo database non ho notato particolari comportamenti di penalizzazione o agevolazione
4. Link provenienti dal SocialBookmarking: anche se solitamente questi siti propongono backlink con l’attributo “nofollow” (quindi lo spider non dovrebbe seguire il link e quindi attribuirgli importanza), sembra proprio che MSN (e non è l’unico) tenga in forte considerazione tali link, soprattutto se provenienti dagli USA
5. Anzianità dei backlink
Fattori che danneggiano il posizionamento
1. Tempi di down del server dove risiede il sito: avendo uno spider molto veloce e reattivo, MSN è fra i più veloci ad accorgersi di problemi di reperibilità del sito sul server
2. Utilizzo di tecniche spamming: quali, keyword stuffing, testo nascosto, etc.
3. Lentezza del server: stesse motivazioni del punto nr.1
Come per l’elenco dei fattori che caratterizzano il posizionamento su Google, anche questa lista dev’essere presa solamente come spunto, un punto di partenza per iniziare a studiare siti ottimizzati, non solo per Google, non solo per MSN, non per tutti i motori di ricerca ma esclusivamente pensando agli utenti. Perchè è proprio a questo che i motori puntano: ad avere tanti visitatori, quindi cercano di dare ai propri utenti ciò che stanno cercando, in modo da fidelizzarli.
A cura di Michele De Capitani
Prima Posizione Srl - Consulenza web Marketing
Etichette: posizionamento msn, seo, webmarketing
# postato da Michele De Capitani : lunedì, maggio 28, 2007
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sabato, maggio 26, 2007
Il click fraud si sta rilevando uno dei fenomeni più incisivi sulle dinamiche di redditività degli investimenti pubblicitari online.
Recentemente un'approfondita ricerca realizzata da ClickForensic™ ha rivelato un incremento generalizzato del fenomeno a livello mondiale, individuando nel 15% l'impatto medio dei click fraudolenti sul totale del fatturato di settore, con un aumento di oltre 20 punti percentuali rispetto a soli 12 mesi fa.
Va tuttavia considerato che su alcuni settori ad alto tasso di competitività tra gli inserzionisti (come quello turistico o dei servizi web), i valori rilevati di Click Fraud salgono drasticamente, abbattendo così in modo netto il ROI atteso sulle campagne.
Le responsabilità del Click Fraud sono da attribuire a diverse fonti:
- Click robots
- Competitors dell'inserzionista
- Reti di contenuto, cioè partner dei fornitori del servizio adve benchè i controlli di Click Fraud Detection si stiano via via affinando, gli escamotage utilizzati dai Click Frauders sono sempre più efficaci (sostituzione dell'indirizzo IP successivamente al click, attesa del tempo di default del fornitore prima del click successivo, etc ...).
Vanno dunque adottate strategie apposite e strumenti dedicati per verificare in maniera sistematica il Click Fraud sui propri investimenti pubblicitari online.
Dotare il proprio sistema di tracciamento di statistiche individuali, verificare i trend di traffico e di conversione, seguire gli 8 principi del Click Quality Council e disporre di una reportistica indipendente nel caso in cui si riscontri click fraud sui propri annunci sono alcune delle azioni richieste ai web marketing manager per marginare questo rischio.
Le statistiche individuali ottenute tramite “cookie”, “IP” e “associazione anagrafica” consentono infatti di tracciare il comportamento del singolo visitatore, permettendo così di verificare in maniera dettagliata eventuali fenomeni di Traffico Anomalo attraverso l'analisi diacronica dei trend di traffico sui click a pagamento.
Anche la verifica sui tassi di conversion dei diversi canali può costituire un indice abbastanza indicativo di eventuale Click Fraud.
Recentemente, inoltre, il Click Quality Council ha indicato 8 linee guida utili a tutelare gli inserzionisti pubblicitari online:
- Non pagare i click ripetuti nella stessa sessione
- Non pagare il traffico derivante dai Bots
- Verificare dove, quando e come sono visualizzati i propri annunci pubblicitari
- Richiedere una gestione semplice ed efficace delle liste di esclusione di domini e indirizzi IP
- Richiedere al fornitore informazioni dettagliate su tutti i click addebitati.
- Non pagare per traffico con origini diverse da quelle definite nelle specifiche di geotargeting
- I fornitori dovrebbero adottare soluzioni di verifica indipendente sulla qualità dei propri click generati
- I fornitori dovrebbero fornire un meccanismo semplice per armonizzare il costo dei click su base mensile.
Il disporre o meno di un'accurato report documentale in grado di testimoniare da un punto di vista tecnico l'effettivo click fraud subìto rappresenta quindi un fattore fondamentale perchè l'inserzionista possa sperare di ottenere dal fornitore un rimborso sul danno stimato.
Il fornitore, che è da considerarsi quindi a tutti gli effetti anch'esso una vittima di questo fenomeno, può così verificare l'effettiva contestazione ricevuta, confrontando i propri dati di traffico con il report inviato dall'inserzionista, e procedere, eventualmente, al rimborso dell'addebito ingiustificato (solitamente attraverso click supplementari disponibili).
Il rischio infatti di danneggiare la propria immagine, di deludere le aspettative di ROI dei clienti o di dover fronteggiare insidiose questioni legali, induce il fornitore a scegliere soluzioni di collaborazione con i propri inserzionisti, rispettando così la mission della loro attività: fornire utenza qualificata.
In definitiva, fidarsi del proprio fornitore è bene, ma controllare è meglio ...
E meglio ancora è affidarsi a sistemi affidabili ed indipendenti di click fraud detection, in grado di ottimizzare realmente il ROI sui propri PPC.
Giovanni Quaglino
Marketing Manager - SitoVivo srl
Etichette: advertising, internet marketing locale, marketing, pay per click, ppc, pubblicità, roi, webmarketing
# postato da G.Zarantonello : sabato, maggio 26, 2007
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