Galileo Chini non solo a Fratta Polesine, soprattutto a Rovigo!

Ho ammirato le splendide ceramiche di Galileo Chini nella mostra a Villa Badoer (Fratta Polesine).
Non mi ricordo di aver letto che potevo continuare a vedere opere di Galileo Chini direttamente a Rovigo!
Per fortuna amici mi hanno fatto leggere questo articolo della rivista Il Ventaglio e quindi vi posso segnalare:

  1. Le vetrate nel Palazzo delle Poste (purtroppo durante la visita nella giornata FAI quando era ora di visitare il piano superiore le bambine avevano fame). Ecco una fotografia della vetrata nella sala principale
    la vetrata centrale delle poste di Rovigo
  2. le ceramiche del padiglione duca Camerini (vecchio ospedale)
    padiglione duca Camerini - Rovigo
  3. le ceramiche nella cappella Camerini (nel cimitero)
  4. cappella Camerini  - dettaglio di ingresso
    Sempiterna Pax - cappella Camerini

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  1. Il palazzo delle Poste di Rovigo
    di Giovanna Bordin e Davide Zagato
    Ventaglio n. 45 – Luglio 2012
    AMBIENTE-TURISMO-CULTURA

    Il Palazzo delle Poste e Telegrafi di Rovigo è sicuramente da annoverare tra le costruzioni storiche connotanti l’architettura del capoluogo.

    Premessa
    Le vicende relative alla costruzione dell’importante edificio sono legate a molteplici aspetti di diversa natura ad iniziare dall’epoca in cui fu progettato ed eretto:
    – nel 1922 si insedia la prima Amministrazione di Regime, tale cambiamento determina una trasformazione in senso autoritario a tutti i livelli nell’ambito delle amministrazioni locali;
    – le opere pubbliche sono considerate come presenza materiale e rappresentativa dello stato e del partito, esse assumono valore di canale di comunicazione e di mediazione tra stato e società;
    – il nuovo assetto politico accelera i tempi che separano decisione da esecuzione favorendo l’intensa attività edilizia degli anni ‘20-’30;
    – l’esistenza di accordi a scala nazionale tra amministrazione delle poste, delle ferrovie e degli enti locali che favoriscono la definizione delle competenze relative alla progettazione e alla costruzione degli edifici di rilevanza pubblica;
    – l’istituzione, a Roma, dell’ “Ufficio V” nel 1924, diretto dall’ ing. Ferruccio Businari, che centralizza la struttura tecnica dove si elaborano i progetti e si attende alla costruzione degli edifici.
    Il compito audace e lo spirito nuovo emergono chiaramente dalle parole del Businari: “…occorreva trovare tra i funzionari dell’Amministrazione artisti che potessero rispondere al nuovo e più delicato compito; e trovare anche un’organizzazione di lavoro che permettesse all’artista di conservare l’indipendenza necessaria perché egli potesse assumere la personalità e responsabilità della sua opera, pur temperando tale libertà con la dipendenza gerarchica inevitabile in una pubblica Amministrazione”1.
    Gli architetti-ingegneri Angiolo Mazzoni (1894-1979) e Roberto Narducci (1887-1979) già delegati a compiti di progettazione dalla Società Ferroviaria, sono indicati come responsabili tecnici dell’Ufficio V.
    Mentre nota è l’importanza dell’opera di Mazzoni, soprattutto come esperto di edifici ferroviari e di palazzi postali, il lavoro di Narducci risulta trascurato dalla storiografia, sebbene autore di 40 edifici ferroviari e 11 palazzi postali, realizzati tra il 1925 e il 19532.
    Tra i diversi aspetti, non da ultimo, appare importante sottolineare il particolare clima culturale nel quale Narducci si forma e lavora: i temi relativi all’architettura, inserendosi da protagonisti nel dibattito socio-culturale degli anni ‘20, assumono il valore di mezzi espressivi dello stato e dal piano più specificatamente culturale, si riversano entusiasticamente nel sociale.
    Dal punto di vista dello stile degli edifici, esistono diverse scuole di pensiero più o meno condivise dal Regime: si spazia da un tardo eclettismo-storicistico coniugato secondo una scelta di vari ingredienti, che costituiscono una specie di dizionario di motivi architettonici e di elementi decorativi, ai nuovi impulsi razionalisti di declinazione modernista nord europea (che influenzeranno anche Narducci dopo il 1930) al “classicismo” di matrice piacentiniana, che caratterizza la fase matura del periodo; i valori classici dell’architettura devono esaltare il regime e l’idea imperiale3.
    L’ipotesi classica tende ad allontanarsi rispetto alla pura citazione, essa assume un ruolo nodale in una strategia d’avanguardia di ritorno al classico come salvifico atto rigenerativo. Si presuppone la necessità di una selezione dei motivi dentro la trama continua della storia, alla ricerca di un modello architettonico che non richieda imitazione ma comprensione compositiva. In questo modo, tra il presente ed il passato, non c’è contraddizione bensì verifica delle leggi costanti dell’atto costruttivo4.

    La storia della costruzione
    L’indubbia necessità di una sede adeguata ai moderni servizi postali, a scala provinciale e nazionale, induce il Comune di Rovigo a promuovere nel 1920 la formazione di due commissioni speciali, addette all’individuazione del possibile luogo per la costruzione del palazzo: la prima commissione nell’Ottobre del 1920 individua l’area nel centro storico lungo il Naviglio Adigetto (ex Riviera Orfani – angolo ex Vicolo Orfani).
    La seconda Commissione, composta da rappresentanti di istituti di Credito e della Camera di Commercio si occupa di stanziare i fondi per l’acquisto del terreno; infatti, sulla base di accordi tra enti locali ed Amministrazione Centrale, il nuovo palazzo doveva essere costruito a spese dello Stato su di un’area ceduta gratuitamente dal Comune7. (Solo nel 1934 le procedure di acquisto si concludono, le aree acquisite dal Comune ed occupate dal nuovo palazzo diventano definitivamente parte del Demanio dello Stato “Ramo PP.TT.)8.
    L’impulso per la realizzazione dell’opera è tale che il ras locale Onorevole Vincenzo Casalini, sottosegretario di stato nel 1928, leader del P.N.F., esercita pressioni sul Ministro delle Comunicazioni, Costanzo Ciano, affinché anche Rovigo avesse al più presto la propria sede postale.
    L’impresa di costruzioni rodigina Brancaleon & Chiarato si aggiudica la gara per la demolizione dei manufatti esistenti, sull’area acquistata dal Comune nel 1927, tra 5 ditte come miglior offerente: il contratto è stipulato tra il Comune e l’impresa il 4 marzo del 1927, entro il 20 marzo i lavori di demolizione sono terminati.
    Nel luglio 1927 l’inizio dei lavori non è ancora operativo: la consegna del cantiere doveva essere effettuata alla presenza del Capo della Sezione Ufficio Lavori di Ferrara, Ing. Gustavo Galiani. La consegna definitiva avverrà il 30 agosto 1927. Nel frattempo, e fino al 1930, tutti i servizi postelegrafonici di Rovigo continuano ad essere ospitati nei locali della Camera di Commercio in Piazza Garibaldi. L’appalto dei lavori, a cura della Sezione Lavori delle Ferrovie di Ferrara, è affidato, sempre nel 1927, all’ impresa di costruzioni F.lli Antonio e Albano Bergamo di Rovigo. La Direzione dei Lavori è degli ingegneri Gustavo Galiani e Maurizio Navaretti. L’inaugurazione ufficiale alla presenza del Sottosegretario delle Comunicazioni Cao e del sostituto procuratore del Re Vincenzo Casalini è del 28 ottobre 19299.

    Un edificio di pregio
    Nel 1930 il Palazzo si affacciava sul Naviglio Adigetto con ingresso principale in Riviera Orfani (oggi Corso del Popolo). Dal punto di vista distributivo-funzionale il progetto aderisce agli schemi planimetrici10 improntati dall’Ufficio V.
    Un edificio “moderno e complesso” adeguato alla “moderna e complessa” macchina delle poste e dei telegrafi, come risulta dalla descrizione fatta dalla Voce del Mattino:
    “…tutta la parte del pianterreno (a sinistra di chi guarda la facciata) è destinata ai servizi postali, mentre la parte destra (Vicolo Orfani) è destinata ai servizi generali provinciali e ai servizi dei valori. Intermedio fra i due è il salone per il pubblico e la sala del capoufficio. Il salone per il pubblico, […] ha da una parte gli sportelli di Accettazione di Corrispondenza e Pacchi a cui sono adiacenti i locali per il servizio dei pacchi, per le Corrispondenze Raccomandate e Ordinarie e infine la sala dei portalettere e il deposito di biciclette dei fattorini. Un altro lato del salone per il pubblico ha gli sportelli per i Vaglia e i Risparmi adiacenti alla Cassa e alla Sacristia. Accanto al salone per il pubblico vi è il locale del Casellario Americano e a lato dell’ingresso una Sala di Scrittura completa i locali adibiti a comodo del pubblico. Una agevole scala conduce al primo piano dove sono sistemati da una parte i servizi Telegrafici e Telefonici a da un’altra i servizi di Direzione Provinciale. Il Palazzo per ragioni di sicurezza è completamente isolato dal muro di cinta e si è potuto così ottenere il necessario giro affinché i furgoni possano compiere il caricamento nell’interno stesso dell’area dell’edificio…”11.
    Il perimetro della fabbrica ha la forma di un grande triangolo con un vertice smussato all’incrocio con Vicolo Orfani (oggi Vicolo Caffaratti). La smussatura costituisce la parte principale. Tre volumi diversamente caratterizzati compongono l’edificio, uno principale centrale con soluzione d’angolo e due corpi laterali, disposti simmetricamente, di altezza inferiore12. Il volume centrale alto tre piani adotta in pianta geometrie esagonali. Lungo l’asse diagonale sottolineato dalla soluzione angolare, si susseguono in sequenza gli ambienti di rappresentanza: dall’ingresso, saliti pochi gradini, si accede al grande àtrio che disimpegna la zona per il pubblico, lo scalone principale ed il casellario. Il salone esagonale, dai cui angoli si elevano pilastri conclusi da grandi archi decorati, assume proporzioni monumentali.
    Lo stile è un esempio di tardo eclettismo di gusto rinascimentale declinato attraverso schemi di matrice boitiana, ma anche muziana in riferimento al rapporto tra le bianche specchiature con citazioni degli ordini classici, l’uso del bugnato ed il paramento in mattoni. Inoltre, è chiaramente leggibile l’ispirazione all’architettura rinascimentale di Palazzo Roncale del Sanmicheli (1555) e di Palazzo dell’Accademia dei Concordi di Sante Baseggio (1814).
    Le partiture dei prospetti sono disegnate attraverso una chiara gerarchizzazione delle finestrature. La composizione tripartita orizzontalmente, a doppio ordine, restituisce effetti plastici e chiaroscurali di particolare efficacia. Nella sistemazione degli interni, la ricca decorazione e la modellazione dei vuoti risentono di una certa enfasi barocca, insieme ad una reintrapretazione ed una fusione di elementi manieristi e del tardo-liberty. Il salone è illuminato dall’alto attraverso tre velari di vetro policromi: la luce zenitale conferisce all’interno un carattere sacrale; nella forma dei vuoti e nella sequenza degli spazi è possibile percepire suggestioni piacentiniane13.
    La soluzione angolare, l’uso della pietra di Nabresina nella parte a bugnato, gli elementi del doppio ordine, le fasce orizzontali dei marcapiani, delle balaustre e del coronamento accentuano il ruolo pubblico. L’uso del mattone a vista è un sicuro omaggio ai paramenti laterali della Fabbrica del Duomo, che fa da sfondo. Il binomio mattone-marmo disegna le superfici in relazione al rapporto tra edificio ed intorno.
    L’angolo accoglie l’ingresso inquadrato da due colonne di ordine tuscànico in pietra aurisina concluse da un arco a tutto sesto, sulla cui chiave di volta è rappresentata la testa di Mercurio con il pètaso alato. Lungo l’asse, il medesimo motivo delle colonne con arco ricompare a sottolineare l’ingresso nella grande sala: lo spazio del vestìbolo assume toni ambigui, in equilibrio tra interno ed esterno.
    La parte intermedia del primo piano è scandita da lesene laterali e da grandi finestre ad arco balconate; il motivo delle balaustre a colonnine sagomate insieme ai risalti verticali regolano l’intera composizione, misurano le parti. La serliana sopra l’ingresso decorata con stemmi dello Stato, inquadra il balcone d’onore.
    Il secondo piano, meno importante, è scandito da finestre rettangolari, da cornici aggettanti e da decorazioni semplificate, nella parte smussata sopra l’ingresso, compare una serliana estremamente stilizzata. A coronamento del volume centrale, l’edificio termina con una cornice dentellata importante sormontata da balaustra a colonnine sagomate. Il retro dell’edificio “moderno” adotta soluzioni sobrie, le superfici dei muri sono prive di reminescenze stilistiche in contrasto con le ricche decorazioni dei fronti rappresentativi. Il basamento è stilato e le murature di mattoni a vista.
    Nel 1966 il Palazzo ha subito una pesante ristrutturazione con sopraelevazione, uno dei corpi laterali è stato ampliato e rialzato per la ridistribuzione dei servizi. Le modifiche strutturali riguardarono: la sopraelevazione dell’ultimo piano con l’introduzione di un piano ammezzato per un totale di 5 livelli, compreso l’interrato; il rivestimento dell’originale mattone a vista con listelli di cotto esteso anche sulla muratura dei piani ammezzato e primo; la ricostruzione delle lesene lisce e a bugnato con elementi di pietra artificiale in cemento bianco; il riutilizzo del cancello in ferro originale in parte riadattato; la ricostruzione della cornice di coronamento ex novo in cemento bianco. Il motivo della loggia centrale, per fortuna, non ha subito rimaneggiamenti.
    Nel 2008 Poste Italiane S.p.a.14 ha eseguito un restyling del piano terra.

    Gli interni
    Il Palazzo è ricco di opere d’arte di vario genere e qualità. Opere di artisti15 locali insieme ad opere di artisti rinomati cui venne conferito l’incarico attraverso concorso o direttamente dal progettista che – avendone la direzione artistica – poteva decidere liberamente sulla decorazione: lo scultore Prof. Giuseppe Milani di Monselice per le sculture esterne; la ditta Pio Ansaloni & Figli di Modena per gli stucchi interni; la Società Anonima Ceramica Ligure per le pavimentazioni a mosaico in grès e porcellana; i fabbri rodigini Celio Ricchieri e Businaro per il ferro battuto; la Ditta Feltrinelli e Donzelli di Milano per i serramenti interni e le lanterne in bronzo; spicca su tutti il rinomato marchio internazionale della Manifattura Fornaci di San Lorenzo nel Mugello per le vetrate ed i velari artistici.
    Tra gli interni più espressivi del palazzo, sicuramente si distingue l’àtrio coperto o vestìbolo del piano terra: a pianta esagonale, è caratterizzato da due portali voltati a tutto sesto su colonne in marmo aurisino di ordine tuscànico ed è articolato da pareti scandite alternativamente da lesene, da paraste, da finestrature, da porte, da nicchie per sculture e da rivestimenti in marmo; nella parte superiore, un fregio con mètope in stucco, raffiguranti alternativamente il volto di Mercurio e i fasci littori (i fasci littori sono stati eliminati nel 1943). Il pavimento in mosaico a piccole tèssere quadrate presenta al centro una decorazione dal tema floreale, ripresa probabilmente dall’Ara Pacis Augustae, mentre lungo il perimetro appare una greca stilizzata nei colori del bianco, nero, giallo ocra e rosso scuro.
    Il vestìbolo è direttamente collegato ai livelli superiori dallo straordinario scalone in marmo lucidato di Chiampo, che occupa la sala contigua a tripla altezza, un glissando infinito di gradini in marmo autoportanti a sbalzo, dove ogni singolo elemento è costituito da un unico blocco lapideo.
    Dal vestìbolo si accede direttamente nel salone esagonale per il pubblico: anche qui l’architettura d’interni è ritmata da lesene, da paraste e dai pilastri centrali conclusi da volte ad arco, che dividono lo spazio in due aree distinte: una prima – centrale – separata dagli sportelli in marmo scolpito, dalla seconda detta retrosportelleria destinata agli operatori. L’intero spazio è coperto ed illuminato zenitalmente da velari in vetro policromi; un velario di forma esagonale insiste sopra lo spazio centrale mentre due rettangolari insistono sulle postazioni degli operatori.
    I velari sono composti da tèssere o riquadri con raffigurazioni policrome ispirate alle decorazioni antiche a grottesche, i temi tradizionali comprendono puttini e vasi ornamentali circondati da fitti racemi vegetali.
    Il velario principale a forma esagonale è attualmente mancante del tondo centrale – che in questa sede abbiamo recuperato in una fotografia d’epoca – eliminato nel ‘43 poiché raffigurava lo stemma dello Stato16 insieme con lo scudo dei Savoia sostenuto dai fasci littori.
    Tutte le vetrate artistiche all’interno del Palazzo sono state commissionate alla Manifattura Chini di Borgo San Lorenzo17, firmate e accompagnate dal marchio della manifattura, la graticola inscritta nel cerchio18, simbolo di San Lorenzo martire, patrono del paese di origine della famiglia Chini.
    La Manifattura mugelliana, oggetto di innumerevoli studi e pubblicazioni scientifiche in tutto il mondo, non ha evidentemente necessità di presentazioni, tuttavia, è necessario sottolineare che – sebbene vi sia il marchio della nuova manifattura fondata nel 1906 da Galileo Chini (1873-1956) insieme al cugino Chino (1870-1957) – tali vetrate sono da noi attribuite senza dubbio a Tito Chini19 (1898-1947), figlio di Chino, che dal 1925 ne assume la Direzione Artistica. Ad avvalorarne l’attribuzione, oltre che l’analisi comparativa con altre vetrate artistiche, è nostra recente scoperta – inedita e pubblicata in anteprima – il disegno preparatorio a china ed acquarello su carta per le tèssere dei velari relativi al salone del piano terra di Tito Chini, conservato dal figlio, Pier Lodovico Chini. Da questo disegno è stato ricavato lo spolvero, successivamente dipinto su vetro ed infine cotto in forno e riprodotto innumerevoli volte.
    Nel corridoio al primo piano, sono state conservate le due finestre originali: le specchiature sono quelle d’epoca, le raffigurazioni policrome sono ispirate alle decorazioni antiche a grottesche.
    Nel secondo piano, da segnalare il salone a pianta esagonale, in origine utilizzato per riunioni e per le conferenze del dopolavoro, dove si possono ammirare il pavimento a mosaico ed alcuni arredi in legno originali.

    NOTE
    1. Ing. Ferruccio Businari, L’Architettura nei Palazzi per le Poste e Telegrafi costruiti e da costruirsi a cura dell’Amministrazione delle Ferrovie dello Stato in Atti del II Congresso Nazionale degli Ingegneri Italiani Roma 1931-IX, Casa Editrice D’Arte Bestetti e Tumminelli, Milano-Roma, 1931; pag. 1.
    2. in Edith Neudecker, Gli edifici postali in Italia durante il fascismo (1922-1944), Casa dell’Architettura Edizioni, Latina, 2007; pag. 53. A proposito di Narducci cfr. Milva Giacomelli, Roberto Narducci (1887-1979), architetto-ingegnere del Ministero delle Comunicazioni in Architettura Ferroviaria in Italia, Novecento a cura di E. Godoli e A.I. Lima, Atti del Convegno di studi tenutesi a Palermo l’11-13 Dicembre 2003, Dario Flaccovio Editore, Palermo, 2004; pagg.105-128.
    3. Cfr. Neudecker: Il Padiglione d’Onore per la visita romana di Hitler (1938) e la Stazione di Roma Ostiense (1940).
    4. Cfr. Muzio in Dedalo, Periodico d’arte e architettura, 1931.
    5. In Archivio Storico Comunale: A.S.C.Ro, Serie 10, Serie Speciale 16 Palazzo Postelegrafonico (1919-1934). In Archivio di Stato di Rovigo A.S.Ro, Prefettura Amministrativa, Cat. X. Busta 31-36-44-46 (1914); A.S.Ro, Lavori Pubblici, Busta Speciale 103 (1928-1950).
    6. Specifichiamo che con R.D.L. del 30.04.1924 n. 596 fu istituito il Ministero delle Comunicazioni. Nel nuovo Ministero delle Comunicazioni confluì anche l’Amministrazione Autonoma delle Ferrovie dello Stato; in seguito, con R.D.L. del 07.08.1925 n. 1574 furono affidati a Ferrovie dello Stato lo studio di progetti e l’esecuzione dei lavori di costruzione, adattamento, restauro degli edifici postali e telegrafici. Tali incarichi, fino allora assegnati agli uffici del Genio Civile del Ministero dei Lavori Pubblici, transitarono di conseguenza al Servizio Lavori e Costruzioni delle Ferrovie dello Stato.
    7. Cfr. Neudecker: <>; pag. 52.
    8. Il terreno, peritato dal Genio Civile, doveva essere acquistato congiuntamente da Comune, dalla Provincia di Rovigo, dalla Camera di Commercio e dalla locale Cassa di Risparmio. Per questi primi espropri del 1921 si ricorse alla Legge di Napoli poiché i proprietari si opposero tenacemente all’esproprio. Il Comune, tuttavia, rileva difficoltà all’attuazione del progetto a causa dell’insufficiente larghezza delle strade sulle quali si sarebbero trovati i nuovi fronti e quindi si decide un arretramento di 3 metri lungo la Riviera Adigetto e lungo Vicolo Orfani. Un secondo esproprio avviene nel 1927: il Ministero delle Comunicazioni subordinava l’inizio dei lavori al fatto che il Comune di Rovigo doveva ampliare l’area anche sul lato di Via Casalini, ampliamento reputato necessario per il transito dei furgoni e come zona di rispetto nella parte retrostante l’edificio. Un terzo esproprio veniva ulteriormente richiesto nel 1932 per recuperare l’area persa con l’arretramento dei fronti del palazzo, ma il Podestà respinge la richiesta. Per gli espropri vedi: Valentina Giolo, Edilizia Fascista a Rovigo, Tesi di Laurea in Storia Contemporanea, Università degli Studi di Bologna, II sessione, a.a. 2006-2007; rel. Prof. Salvati Maruccia; pagg. 65-70.
    9. Per la cronaca nelle riviste d’epoca vedi: Corriere del Polesine del 25.10.1920 e La Voce del Mattino del 27.10.1929 in A.S.C.Ro, Serie 10, Serie Speciale 16 Palazzo Postelegrafonico (1919-1934); Corriere di Rovigo del 10.07.1929 (ACAN); La Voce del Mattino del 29.10.1929 (ACAN); Il Gazzettino del 29.10.1929 (ACAN); Il Corriere Padano del 6.11.1929 (ACAN); Corriere del Polesine del 7.02.1923 in Bobina n. 46 Accademia dei Concordi.
    10. Per un elenco esaustivo degli ambienti previsti nello schema distributivo funzionale cfr. Neudecker: ; pag. 117.
    11. Cfr. La Voce del Mattino del 27 ottobre 1929 in A.S.C.Ro, Serie 10, Serie Speciale 16 Palazzo Postelegrafonico (1919-1934).
    12. Il progetto presenta analogie con il coevo Palazzo Postelegrafonico di Ferrara di Angiolo Mazzoni del 1929.
    13. La Casa Madre dei Mutilati a Roma di Marcello Piacentini (1924-1928).
    14. Archivio delle Poste di Rovigo/Area Immobiliare/Stanza 148 Fascicolo Filiale Rovigo, responsabile G. Patrian, per documentazione storica ed elaborati grafici datati 1966 e documentazione Poste Italiane S.p.a.
    15. Prof. Giuseppe Milani (1893 Battaglia Terme-1958 Rovigo) scultore che nel 1906 si classificò secondo nel Concorso per il Progetto dell’Altare della Patria di Roma, noto per la cosiddetta “Casa dello Scultore” a Rovigo (1931-34); realizzò i bassorilievi e gli altorilievi esterni (maschere allegoriche di Mercurio, delle muse e dei viaggiatori) e le cornucòpie in marmo. Pio Ansaloni & Figli di Modena del Prof. Pio Ansaloni, ditta specializzata nella esecuzione di lavori a stucco e decorazioni policrome sin dal 1882; la Società Anonima Ceramica Ligure di Genova per il mosaico in grès ceramico e porcellana, ditta impegnata anche nel Palazzo delle P.T. di La Spezia e di Palermo; Feltrinelli e Donzelli di Milano per le finestre e le porte in legno, con specchiature a vetri geometrici molati, dai maniglioni tortili in ottone; l’officina rodigina dei fabbri Celio Ricchieri e di Giovanni Businaro per il ferro battuto, nota per la costruzione della straordinaria volta a botte del Salone del Grano all’interno del Palazzo della Camera di Commercio di Rovigo (1927-1929). Per l’elenco completo di tutte le ditte e le imprese coinvolte nell’opera vedi: “La Voce del Mattino”, 29 ottobre 1929 (A.S.Ro).
    16. Non sappiamo se il tondo artistico sia stato effettivamente distrutto ma è interessante notare come l’emblema del Regno fosse stato riprodotto in modo impeccabile nel disegno in tutti i suoi elementi dalla manifattura mugelliana come prescritto dal Regio Decreto n. 504 dell’11 Aprile 1929.
    17. in “La Voce del Mattino”, 27 ottobre 1929 “Le opere che il Regime ha compiuto e che S.E. Cao di S. Marco in rappresentanza del Governo, oggi inaugurerà nella nostra Provincia. Una visita al Palazzo delle Poste” pag. 2 (A.S.Ro).
    18. Per ulteriori approfondimenti sulla manifattura mugelliana e sul marchio: Franco Bertoni, Jolanda Silvestrini, Ceramica italiana del Novecento, Mondadori Electa S.p.a., Milano, 2005; pagg. 79, 354, 355, 371.
    19. Luisa Chini Velan, Tito Chini. L’uomo e l’artista: 1898-1947. Ricordi, documenti, riproduzioni, corrispondenza, Polistampa, Firenze, 2002.

    NOTA FOTOGRAFICA
    1. Le immagini 1,2,3,4,5,6,7 ripoducono le fotografie, datate 29 ottobre 1930-Anno VIII, provenienti dall’ACAN (Archivio Carlo Alberto Narducci) ovvero l’archivio dell’architetto-ingegnere Roberto Narducci conservato a Roma presso gli eredi, dichiarato di interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica per il Lazio. Per gentile concessione dell’ing. Carlo Alberto Narducci di Roma.

    Prima del progetto definitivo
    Il luogo indicato per la costruzione dell’importante edificio riguarda un angolo sicuramente di pregio, nel Centro Storico della Città. Non è questa la sede per descrivere la storia dell’Amministrazione Postale rodigina dal Regno d’Italia fino agli anni ‘30, di cui non manca ampia bibliografia, tuttavia, è necessario soffermarsi sinteticamente su alcuni avvenimenti, che meglio chiariscono i motivi legati alla realizzazione del progetto narducciano5.
    Con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, la pubblica amministrazione ed i pubblici servizi subiscono un accentramento ed una riorganizzazione. Nel 1889 è istituito il Ministero delle Poste e dei Telegrafi.
    Per la nuova sede un primo progetto di massima dell’ing. Senesio Cappello viene presentato nel 1914: esso prevede la costruzione di un nuovo palazzo delle R.R. Poste e Telegrafi da costruire sulle proprietà del Comm. Giulio Bisi. Il 25 marzo del 1914 l’edificio non è ancora costruito mentre la Grande Guerra è già alle porte.
    Un secondo progetto, presentato al Genio Civile di Rovigo nel 1923, dell’arch. Alfredo Berardi, è respinto e successivamente abbandonato a causa dell’imminente istituzione, nel 1924, del Ministero delle Comunicazioni, che subentra al Ministero delle Poste e dei Telegrafi. All’interno del nuovo Ministero, confluisce anche l’Amministrazione Autonoma delle Ferrovie dello Stato; contemporaneamente, come già accennato, la progettazione e l’esecuzione dei lavori di costruzione, di adattamento, di restauro degli edifici postali sono affidati agli uffici tecnici ferroviari6.

  2. Il cimitero di?Rovigo
    di Giovanna Bordin e Davide Zagato
    Ventaglio n. 43 – Luglio 2011
    AMBIENTE-TURISMO-CULTURA

    L’articolo “Sulle tracce di Galileo Chini” di Chiara Tosini (Ventaglio n. 42, pp. 28, 29) suggeriva di raggiungere il camposanto rodigino per ammirare i decori realizzati dal valente artista fiorentino per il tempietto funerario dei Conti Camerini. In effetti sono molteplici gli aspetti artistici riscontrabili nel cimitero del capoluogo polesano che sorge in via Oroboni.
    Va innanzitutto ricordato che lo spostamento dei cimiteri fuori dei centri urbani fu incentivato dalle leggi napoleoniche, e proprio all’inizio dell’Ottocento anche a Rovigo fu pertanto avviata la progettazione del nuovo camposanto. Un secolo, l’Ottocento, che si caratterizza per un generale miglioramento urbanistico e architettonico della città: la risistemazione della zona est con il nuovo Cimitero Monumentale è parte di tali interventi di riqualificazione.

    La costruzione del Cimitero Comunale di Rovigo ha inizio nel 1819. L’area interessata è in una zona periferica della città, ad est, fuori Porta San Francesco, detta “de’ Sabbioni”, alla confluenza di tre stradoni alberati rettilinei: la “Strada della Madonna dei Sabbioni” verso Adria, la “Strada di San Bartolomeo” e la “Strada di Mezzo” (oggi Via B.M. Chiara).
    Oltre al carattere extraurbano prevalentemente agricolo, la particolarità del luogo era data da alcune privilegiate possibilità di visione e di lettura della città: di qui, le torri del Castello, i campanili delle chiese e i monumenti emergevano, contribuendo a formare il profilo, il volto di Rovigo da est e determinando un rapporto, una corrispondenza fisica-visiva di grande suggestione. La via centrale, in particolare, costituisce l’ideale collegamento tra due monumenti religiosi: il “Duomo intra moenia” e la “Madonna di Fuori”¹. Già nel 1282 esisteva un “Priorato” della Chiesa del Cimitero e nel 1474, in seguito ad una “breve” di Sisto V, le proprietà religiose circostanti furono concesse ai monaci Olivetani.
    Proprio in questa parte della città è possibile riconoscere una realizzazione, in ambito periferico, analoga ai piani di sistemazione urbanistica concepiti e attuati a Roma alla fine del XVI secolo da Sisto V².
    Dal 1807 è attiva a Rovigo la “commissione all’Ornato” che, in linea con i nuovi programmi di sviluppo, intende valorizzare l’immagine della città³: della commissione fa parte anche Sante Baseggio il Giovane (1749-1822), ingegnere civile e agrimensore, incaricato di riorganizzare la zona est e di delineare il sito per il cimitero. L’organismo dal carattere architettonico-monumentale è concepito dall’ingegnere G.B. Turri come un sistema di elementi porticati e di campi liberi: vi prevale un ordinamento geometrico e simmetrico in pianta, attento al supporto distributivo delle antiche strutture della chiesa esistente4.
    All’interno dell’ampio spazio, nei primi decenni del XX secolo, verranno erette tre cappelle gentilizie di notevole interesse, che tuttora si distinguono per valore architettonico-artistico.
    La più antica, collocata al centro del Campo Primo ed orientata come la Chiesa, è quella dei Conti Camerini, edificata nel 1904 su progetto dell’ingegnere ferrarese L. Barbantini (1847-1907). La struttura a pianta poligonale è rivestita in marmo di Carrara con intarsi in gres e maiolica policroma: in ogni lato, una lunetta sorretta da pilastri addossati al muro. L’ingresso principale ad ovest è sottolineato da un pronao con colonne corinzie, cui si accede salendo otto gradini; un secondo ingresso ad est, a quota di campagna, opposto al primo, conduce nella cripta di questa piccola chiesa, scendendo altrettanti gradini. La copertura è costituita da un tamburo a base ottagonale che sorregge una cupola nervata di diametro circa tre metri.
    La Cappella Caniato, progettata dal padovano Angelo Brunetta5, è del 1915. La struttura architettonica è più complessa della precedente: gli elementi dell’edicola Camerini sembrano giustapposti e perciò facilmente distinguibili (base, capitelli, timpani, tamburo, cupola) mentre la Caniato sembra un unico “monòlite” di marmo, dalle pareti sagomate a scalare, sormontato da una particolare cupola a doppio tamburo con aperture circolari in rame ribassata.
    Lo spazio interno, a pianta quadrata, è delimitato dalle tombe, nel basamento è collocata la cripta. Anche questo edificio risente delle tendenze culturali di quegli anni, tuttavia con maggiore attenzione al clima mitteleuropeo: il gusto sfocia in una caratterizzazione liberty per il gioco dei volumi e taglio secessionista ottenuto tramite i bassorilievi e le sculture dell’artista rodigino Virgilio Milani6. Il progettista e lo scultore hanno lavorato bene assieme, tanto che l’architettura è tutt’uno con la scultura assumendo, qui, il valore di unità plastica a scala maggiore7 (i volumi delle tombe che emergono dal corpo principale, le paraste che si elevano al di sopra del timpano, l’uso di un unico materiale, il marmo di Carrara, l’intera superficie lavorata a scalpello con diverse tecniche).
    La Cappella Barella costruita nel 1932 su progetto di Giovanni Muzio e programma decorativo dell’artista milanese Enzo Morelli, è uno dei tanti esempi minori dell’atteggiamento e dell’attenzione del maestro nei riguardi della storia e delle tradizioni, con le quali la sua architettura si misura continuamente: una ricerca di senso attraverso forma e fisicità dei materiali.
    In questa “rotonda” affiora un preciso rapporto con l’architettura antica, in particolare quella funeraria celebrativa romana tardo-antica e paleocristiana. Il “martyrium”, riferimento diretto, che sorgeva in luogo santificato, assicurò dal V secolo d.c. a queste particolari architetture una lunga sopravvivenza8.
    La struttura è in mattoni con superficie ritmata da sottili paraste e slanciati archi a tutto sesto coronati da un plastico e ritmico cornicione – scandito da figure geometriche in rilievo – su cui si imposta la cupola conica con copertura in tegole disposte entro settori radiali. In sommità, una composizione di puri solidi geometrici (le colonnine cilindriche in cemento, il cono della cupola e la sfera in rame) configurano un’austera lanterna a base ottagonale. Il portale di ingresso, inquadrato da una larga cornice sormontata da un timpano in cemento (a quel tempo bianco), occupa due settori della superficie circolare suddivisa dalle paraste: esso è degno dell’attenzione plastica e figurativa della tradizione costruttiva romanica basilicale.
    La geometria statica dell’interno si oppone alla dinamica forma circolare dell’esterno generando un prisma retto a base quadrata smussato negli angoli da quattro pilastri, che sostengono la cupola. Questi si elevano verso il soffitto voltato “rivelando lo sforzo dell’uomo che tende ad innalzarsi a Dio… È il ripetersi del miracolo dell’Ascensione”9. All’interno, l’ara in granito è sormontata da una grande e spoglia croce staccata dal muro di fondo, su cui è dipinta l’opera del Morelli10.
    “La costellazione di croci nere che ne deriva, armonico ritmo dello stesso motivo tragico, porta la scena tanto ripetuta nella pittura paleocristiana, ad una nuova e forte forma rappresentativa … L’intero spazio interno, cupo e raccolto sotto la casta struttura, vibra di misticismo”11.
    Morelli in seguito è attivo a Milano dove, insieme ad altri noti artisti milanesi, decora il Palazzo per l’Esposizione Triennale per le Arti Decorative che, negli anni trenta, Muzio stava progettando6.

    NOTE
    1. La prima rappresentazione prospettica della città di Rovigo vista da est è dell’incisore M. S. Giampiccoli databile 1779 ca., mentre l’incisione originale in rame del Batoli è conservata presso L’Archivio dei Musei Civici Veneziani.
    2 Per ulteriori approfondimenti sul motivo del tridente stradale, come schematizzazione di un principio teatrale codificato alla fine del Cinquecento e sull’evidente influenza dei piani urbanistici listini nella città di Rovigo: Problematicità e caratteri del piano di Sisto V in E. Guidoni e A. Marino, Storia dell’urbanistica, Il cinquecento, Laterza, Bari, 1992; 1590-1870: eredità e sviluppi dell’urbanistica sistina in: E. Guidoni, L’urbanistica di Roma tra miti e progetti, Laterza, Bari, 1990; Napoleone nel Veneto. Città e monumenti ed opere d’arte durante il regno italico (1806-1813) in: U. Soragni, Città ed archivi nell’età degli imperi, Cassa di Risparmio di Verona Vicenza e Belluno, Vicenza, 1985.
    3 Decreto del 7 gennaio 1807 del vicerè d’Italia Eugenio Napoleone che istituisce le commissioni d’ornato e ne stabilisce le competenze.
    4 I due originari cimiteri non erano più sufficienti per la città: quello di Santa Giustina, dentro le mura cittadine, vicino alla Beata Vergine del Soccorso, ed il secondo ad uso del quartiere del Duomo, in località detta “Pestrina”, dal lato opposto della città fuori le mura.
    5 Autore già noto per la rettifica di Piazza Vittorio Emanuele e di una proposta per la facciata del Duomo di Rovigo.
    6 Conferenza di V. Sgarbi e L. Scardino, Virgilio Milani, Accademia dei Concordi, 1985.
    7 Per ulteriori approfondimenti sul tema del rapporto tra scultura, architettura e città nel primo decennio del Novecento: A. Muntoni, Architettura e statua tra Wiener Secession e Jugend-stil in Storia della città n. 48, Electa, Milano, 1989.
    8-9 “Quali forme potevano meglio esprimere il misterioso trapasso dell’umanità?…L’Architettura Romanica esprime la reazione che i primi cristiani, sotto il cielo rosseggiante dei bagliori delle persecuzioni, opponevano al paganesimo … Ai templi marmorei delle divinità romane si sostituiscono le chiese cristiane di umile mattone, rosso come il sangue dei màrtiri”. Gobbati in La Voce del Mattino del 30.11.1932.
    10 Gli episodi della Passione culminano nella scena della Crocifissione, affrescata nella parte più alta della parete di fondo così come entrambe le pareti adiacenti: su quella a sinistra la Resurrezione, a destra la Deposizione. Nel 2009, a seguito di alcuni lavori di manutenzione, le scene della Deposizione sono state irrimediabilmente cancellate.
    11 Gobbati, ibidem.

    (Fotografie 2,3,4,5 di G. Bordin 1999)

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