UNESCO: il pizzaiuolo napoletano ha fregato la pizza americana!

L’arte del pizzaiolo napoletano è patrimonio culturale dell’Umanità Unesco.
Certo in teoria solo l’arte e non la pizza napoletana.

pizza margherita napoletana (wikipedia)

Il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l'impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale. I pizzaioli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da "palcoscenico" durante il processo di produzione della pizza. Ciò si verifica in un'atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. 

Tutto vero! Ma questa arte, questo know-how, cosa produce?
La PIZZA NAPOLETANA!

Il pizzaiolo delle multinazionali americane della pizza dovrà imparare a cantare, a scherzare, a far roteare l'impasto se vorrà trasformare la pizza americana in patrimonio UNESCO, ops l'arte. 😉

Mantova provincia emiliana

Ho appena ricevuto una newsletter da Barilla dal titolo Il ricettario di Barilla Emiliane e Parmigiano Reggiano dove si legge che le zone d’origine del Parmigiano Reggiano sono le province emiliane Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna e Mantova.

Autogrill sbarca in Cina

Autogrill sbarca per la prima volta in Cina a Shanghai, attraverso HMSHost International, con un Italian Bistrot collaborando l’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo (Slow Food).

L’offerta è di tipo local food, con le ricette tradizionali italiane rivisitate secondo le abitudini cinesi e con l’inserimento di ingredienti reperiti in Cina. Il servizio è solo al tavolo.

Bottiglie “di moda” da collezione

Disaronno ha realizzato fino ad oggi 5 bottiglie limited edition di moda tutte da collezionare! La prima nel 2014 Disaronno Moschino, quindi Disaronno Versace, Disaronno Cavali, Disaronno Etro e poco giorni fa Disaronno Missoni.

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Scopri le bellezze d’Italia è kitsch?

Scopri le bellezze d’Italia è un’iniziativa dedicata alla valorizzazione e alla promozione dei siti culturali italiani che nasce da Ferrero Rocher e il FAI – Fondo Ambiente Italiano.

Sono stati realizzati speciali opuscoli che, per ogni regione, faranno “viaggiare” gli italiani nella storia della propria città attraverso due monumenti simbolo, uno indicato da Ferrero Rocher e l'altro “Bene del FAI”. Ogni scheda presenta il monumento evidenziato da Ferrero Rocher con un’affascinante descrizione redatta dallo storico dell'arte Domenico Sedini che per l’occasione ha lavorato su oltre 40 opere dando enfasi a luoghi poco conosciuti del nostro territorio e aggiungendo a ciascun racconto aneddoti e curiosità. Nell’opuscolo viene illustrato anche un Bene del FAI, scelto per la vicinanza geografica a ciascun “monumento Ferrero Rocher” o perché situato nella stessa regione. Che bella iniziativa! mi son detto. Poi ho scoperto che:
a partire dal mese di dicembre sui punti vendita in tutta Italia, oltre alla distribuzione degli opuscoli nelle isole del Natale dedicate alle specialità Ferrero, verranno esposti oltre 40 monumenti (in 3D e 2D) realizzati con migliaia di Ferrero Rocher che renderanno omaggio alle principali icone dell’Italia nel mondo, dal Duomo di Milano alla Reggia di Caserta. Per fargli un complimento a me sembrano kitsch. Giudicate voi.

Hamburger Vegani

Quando si pensa ad un hamburger si pensa a carne macinata di bovino cotta alla griglia, magari al cotta al sangue per che internamente è rossa e sanguinolenta. Per la tradizione americana va gustata in un panino con salse e verdura. In quest ottica ha senso parlare di hamburger vegani? Ma come indicare un simil hamburger, interamente di origine vegetale, che permetta di dare ad un vegano l’impressione di mangiare un hamburger? Se io fossi vegano preferirei mangiare un piatto della tradizione già vegano (ad esempio una pasta e fagioli) piuttosto di una imitazione di che ovviamente non sarà mai uguale. Però posso capire l’esigenza, come per l’uovo vegano. E’ un mercato in forte espansione. In US c’è una catena specializzata IMPOSSIBLE impossiblefoods.com. Sulla scia del successo US ne sta nascendo una nostrana ancora Flower Burger.

Vino, formaggi e salumi trainano l’agroalimentare italiano

Secondo stime Nomisma Agrifood Monitor, l’export agroalimentare italiano oltrepasserà i 40 miliardi di euro, grazie ad una crescita superiore al 6% rispetto all’anno precedente. A spingere il settore verso un nuovo record nelle vendite oltre frontiera sono soprattutto le esportazioni dei prodotti simbolo del “Made in Italy” alimentare, vale a dire vino, salumi e formaggi che dovrebbero chiudere l’anno con un aumento nell’export compreso tra il 7 e il 9%.
Guardando invece ai mercati di destinazione sono soprattutto i paesi extra-Ue (seppure rappresentino ancora meno del 35% dell’export totale) ad evidenziare i tassi di crescita più elevati.
Tra questi Russia e Cina, con variazioni negli acquisti di prodotti agroalimentari italiani a doppia cifra (oltre il 20%), benché il loro “peso” continui ad essere marginale sul totale dell’export (meno del 2%). In linea invece con la media di settore le esportazioni verso Nord America e paesi Ue (dati gennaio-luglio 2017).

Una filiera che dalla produzione agricola alla distribuzione al dettaglio e ristorazione vale oltre 130 miliardi di euro di valore aggiunto (pari al 9% del Pil italiano), genera lavoro per oltre 3,2 milioni di occupati (il 13% del totale) e coinvolge 1,3 milioni di imprese (il 25% delle aziende attive iscritte nel Registro Imprese delle Camere di Commercio).
Ma la rilevanza strategica della filiera agroalimentare va oltre i valori assoluti e si esprime nella sua capacità di tenuta e salvaguardia socioeconomica anche in tempo di crisi.
“Dallo scoppio della recessione globale (2008) ad oggi” dichiara Denis Pantini, Responsabile dell’Area Agroalimentare di Nomisma,  “il valore aggiunto della filiera agroalimentare italiana è cresciuto del 16%, contro un calo di oltre l’1% registrato dal settore manifatturiero e un recupero del 2% del totale economia, avvenuto in maniera significativa solamente a partire dal 2015”.
Non male per un settore fortemente frammentato dove le imprese alimentari con più di 50 addetti (quelle medio-grandi) rappresentano appena il 2% del totale, quando in altri paesi competitor – come la Germania – questa incidenza arriva al 10%. E questo spiega anche perché la propensione all’export della nostra industria alimentare sia pari al 23% contro il 33% della Germania, o visto da un’altra angolatura, perché le nostre esportazioni per quanto in crescita siano ancora molto inferiori a quelle francesi (59 miliardi di euro) o tedesche (73 miliardi).
La presenza di imprese più dimensionate unita a reti infrastrutturali più sviluppate nonché a produzioni alimentari maggiormente “market oriented” spiegano anche perché oltre il 60% dell’export italiano faccia riferimento ad appena 4 regioni: Veneto, Lombardia, Emilia RomagnaPiemonte, mentre al contrario tutto il Sud del Paese incida per meno del 20%.
Un differenziale che rischia di allargarsi ulteriormente anche in quest’anno di trend favorevole ai nostri prodotti, dato che nel primo semestre 2017 mentre le regioni del Nord Italia hanno messo a segno una crescita di oltre il 7% nelle vendite oltre frontiera, quelle del Mezzogiorno non sono riuscite a raggiungere il +2%.

La comunicazione per le grandi aziende del food italiane

Ho provato a fare questo semplice esercizio e sono rimasto basito:
ho fatto una lista dei principali brand del food italiani (attenzione non inserite nella lista brand che pensate italiani che però oggi fanno parte di grosse multinazionali italiane). Sono andato a vedere la loro comunicazione internet: wow! Poi sono andato a vedere i comunicati stampa. Lo so oggi tutti fanno story telling (ti raccontano la storiella), ma se hai fatto acquisizioni, fusioni, eventi, partecipato a fiere, cambiato management, aperto nuove sedi lo racconti con le storielle? Ora andate a vedere la sezione dei comunicati stampa in inglese delle nostre big …

🙁